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Noi saremo felici ma chissà quando

Noi saremo felici ma chissà quando

Dal 17 al 20 febbraio, presso il Teatro Sant’Afra, “Noi Saremo felici ma chissà quando”.

Belgrado, 1999. Tra il 24 marzo e l’11 giugno, in seguito al fallimento dei negoziati di Rambouillet per la pace in Kosovo, le forze armate della Nato sferrano un attacco aereo in Serbia e Montenegro, bombardando bersagli considerati strategici, alcuni dei quali nel cuore della città di Belgrado.
L’obiettivo dichiarato dalla Nato è porre fine alla “deliberata politica di oppressione, pulizia etnica e violenza perseguita dal regime di Belgrado sotto la direzione del presidente Milošević” in Kosovo.
L’intervento internazionale, al caro prezzo di numerose vittime tra i civili, obbligherà Milošević ad accettare un piano di pace.
Durante quei giorni drammatici, sul quotidiano italiano la Repubblica viene pubblicato un vero e proprio “Diario di guerra” firmato da Biljana Srbljanovic, giovane e affermata drammaturga serba, che non vuole lasciare la città durante l’assedio.
Ed è su questa testimonianza che si basa Noi saremo felici ma chissà quando, una dura riflessione su quella guerra, su ogni guerra, diretta da Paolo Bignamini e straordinariamente interpretata dalla talentuosa Ksenija Martinovic che ha vissuto sulla propria pelle quei drammatici fatti.
Nata e cresciuta a Belgrado, nel 1999 Ksenija ha dieci anni. È ancora una bambina, ma già abbastanza grande per ricordare quelle terribili giornate in cui vive in prima persona i bombardamenti sulla città. Attraverserà poi a piedi la dogana e raggiungerà suo padre che da anni lavora stabilmente in Italia, dove resterà per alcuni mesi.
Dall’osservatorio tutt’altro che sereno dell’oggi, Diario da Belgrado risuona per Ksenija come un’eco della sua storia personale.
A più di vent’anni da quei drammatici fatti, nella nuova instabilità del nostro presente, reincontrare nuovamente quelle pagine ci mette di fronte a una specie di cortocircuito del tempo: la distanza dovrebbe darci una qualche obiettività, una sorta di lucidità di pensiero che però perdiamo subito, nella palude dei torti, delle colpe, dei crimini, delle recriminazioni.

Leggere l’esperienza della quotidianità modificata, piegata, forzata della guerra vissuta da Biljana Srbljanovic è un doloroso specchio dal quale emerge la dimensione profondamente tragica di ogni guerra, quella che porta solo lutto e sconfitta, come ben sappiamo fin dai tempi di Euripide.
 



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